Michele Cucuzza, gli inizi a Radio Popolare

Michele Cucuzza, gli inizi a Radio Popolare

RADIO POPOLARE 2La carriera giornalistica di Michele Cucuzza, nato il 14 novembre 1952 ed oggi affermato giornalista Rai, nasce nel febbraio 1976 con Fronte Popolare, settimanale del Movimento dei Lavoratori per il socialismo, ma si concretizza nel corso del 1978 a Milano con Radio Popolare composta da una cinquantina di persone, di cui trenta giornalisti, in tempi difficili per la sinistra politica di cui l’emittente milanese (dal 1976) è una delle fonti d’informazione più ascoltate. Con Piero Scaramucci, Nini Briglia, Gad Lerner, Vera Montanari e tanti altri giovani giornalisti Cucuzza racconta, nei giornali radio dell’emittente, fatti e notizie che arrivano da scuole, università, fabbriche, uffici e dalle istituzioni locali e nazionali, in quegli anni di spinte, di rinnovamento, ma anche di tensioni drammatiche culminate nel terrorismo. L’esperienza a Radio Popolare, dove Michele Cucuzza diventa giornalista professionista, dura sette anni fino al 1985. Famosa una sua intervista sul terrorismo, nel 1980, all’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, che lo costrinse, in pubblico, davanti le telecamere della Rai, a dargli del “tu”. Nello stesso periodo, il giornalista collabora anche con il quotidiano milanese “Il Giorno” e con l’ufficio stampa del sindacato UIL di Milano. Poi entra in Rai e passa in tv.  Ricorda: “La mia carriera è iniziata nel 1978; avevo ventiquattro anni e a Milano sono stato tra i fondatori di Radio Popolare. Io ho sempre voluto fare il giornalista, e all’inizio degli anni Settanta mi sono trasferito da Catania, la mia città natale, a Milano per frequentare la facoltà di Lettere. Milano era, ed è, la capitale dell’editoria, quindi trasferirmi lì significava vivere nella città nella quale avrei avuto più occasioni per diventare giornalista. All’Università frequentavo il Movimento Studentesco, un ambiente molto stimolante nel 1976. Una persona, che avevo conosciuto alle riunioni del Movimento Studentesco mi disse: “Tu non vuoi fare il giornalista? Sta nascendo una nuova radio, cercano giovani giornalisti”. Era Radio Popolare: mi presentai. Ci siamo presentati in dieci, forse venti, ragazzi, alcuni dei quali erano venuti quasi solo per la curiosità di vedere una radio. Io, e altri, invece, volevamo diventare giornalisti e per noi era un ottima occasione. La radio, voluta da settori del sindacato vicini al  “movimento” e dalle forze  della sinistra extraparlamentare, diventa il mio primo posto di lavoro stabile. A Radio Popolare (o Radio Pop, come dicevamo noi), ho appreso gran parte del mio bagaglio iniziale di cronista e di conduttore, fino a essere nominato caporedattore del giornale radio. Benché politicamente collocata nell’area della sinistra “alternativa”, l’emittente ha avuto da subito caratteristiche spiccate di notevole professionalità (grazie soprattutto alla direzione di Piero Scaramucci, un ottimo inviato  speciale dalla Rai). “Non dobbiamo consolare chi già la pensa come noi”, ci ripeteva, “dobbiamo convincere chi è lontano dai nostri punti di vista”, il che voleva dire arrivare prima di tutti su un fatto,  raccogliere più in fretta possibile le notizie, tutte le notizie,  arricchendole con testimonianze dirette: insomma, fare i giornalisti. Radio Popolare, in questo, si distingueva nettamente dalle antenne fiancheggiatrici dell’area estremista della cosiddetta Autonomia operaia, come Radio Alice di Bologna e Radio Sherwood di Padova che avevano scelto di far da eco alle azioni dei gruppi più radicali. Non a caso, man mano che l’impegno di lavoro mi coinvolgeva, prendevo sempre più le distanze dalla politica “militante” dei figli del ’68, fino a distaccarmene del tutto. Le radio, non solo  Radio Popolare, ma tutte le altre emittenti “libere”, nate nel frattempo a Milano e in decine di altre città, davano  accesso diretto a chi fino ad allora  era stato  escluso dai mezzi di comunicazione di massa: tra i nostri corrispondenti fissi, naturalmente volontari, c’erano al primo posto  gli operai e gli impiegati di livello più basso delle fabbriche maggiormente sindacalizzate, oltre agli studenti, medi e universitari. Inoltre, nelle trasmissioni a “microfono aperto” tutti avevano il diritto di dire la loro, parlando alla radio, in diretta, con una semplice telefonata. E grazie al telefono, che allora si utilizzava in strada esclusivamente con il gettone, io e tanti altri giovani abbiamo imparato a raccontare gli avvenimenti in diretta, facendo cronaca senza testi scritti e senza filtri, cercando sempre la tempestività, la ricchezza di particolari, le voci dei testimoni. Tutte circostanze che oggi, nell’epoca dell’informazione globalizzata e dell’istantaneità della comunicazione interattiva nel web, appaiono scontate, ma allora sembravano  autenticamente rivoluzionarie. Non a caso, in moltissime redazioni giornalistiche di Milano, era  diventata presto un’abitudine tenere  accesa Radio Popolare, nell’assoluta certezza di non “bucare” mai una notizia. Oltre a noi giovani, c’erano giornalisti con anni di professione alle spalle che sono stati degli ottimi maestri. Ho dei ricordi belli: ero giovane, facevo parte di un gruppo di persone desiderose di imparare ed entusiaste per l’esperienza che stavano vivendo. Mi ricordo che il primo giorno il direttore mi diede da scrivere delle “brevi”, le notizie riassunte in poche righe ero emozionantissimo all’idea che poi sarebbero state lette al giornale radio. E poi mi ricordo il giorno della mia prima conduzione: non ero stato avvisato e, poco prima della diretta, il direttore mi disse a bruciapelo che quella sera avrei condotto io il giornale radio. Era l’edizione di mezzanotte, non quella principale, ma era la prima volta che avevo l’occasione di mettermi in evidenza. Non ebbi neppure il tempo per emozionarmi: fui avvisato all’ultimo e mi concentrai solo sulle notizie che dovevo leggere. Andò bene. Ma il ricordo che ho più vivo è un altro. Il mio primo stipendio: mi rese orgoglioso.   Radio Popolare mi aveva dato una prospettiva, anche perché avevo capito che amavo veramente fare il giornalista. Prima voleva fare il giornalista, ma non potevo sapere se poi mi sarebbe veramente piaciuto farlo. A Radio Popolare ho scoperto che amavo fare il giornalista e che sapevo farlo. Sono diventato giornalista professionista nel 1983. Mi ricordo anche le mie prime vacanze dopo essere stato assunto: tornai a Catania dai miei genitori e mentre mi rilassavo pensavo: “A Milano ho un lavoro”. Ero orgoglioso. Ma il fatto di essere quasi sempre senza un soldo in tasca (eravamo una cooperativa autogestita, gli stipendi erano da fame, quando c’erano…) oltre a considerare ormai un limite l’impronta ideologica che comunque Radio Popolare manteneva, mi hanno spinto a cercare altri lidi cui approdare. E’ stato grazie alla segnalazione di un ex compagno di movimento, passato nel frattempo ai socialisti, che nel 1983 ho avuto la possibilità di firmare il mio primo contratto a termine, di appena un mese e mezzo, con la Rai, sempre a Milano. Un passaggio piuttosto casuale, ma  all’insegna della politica, come avviene ancora oggi di fatto  per il grosso di nomine e promozioni nel servizio pubblico. Io all’epoca ero un po’ presuntuoso, a Radio Popolare ero diventato caporedattore… Non sapevo se presentarmi alla Rai… Se ci ripenso adesso mi viene da ridere… Ai giovani si predonano tante cose con la scusa della giovinezza. Comunque, alla fine mi presentai alla Rai e ottenni un contratto. Iniziai lavorando al Gazzettino Padano, il giornale radio regionale della Lombardia. In seguito mi affidarono anche dei servizi video per il TG3 e per me fu come una illuminazione: mi innamorai della televisione. Terminato il primo contatto, tornai a Radio Popolare, ma a quel punto ero già innamorato della televisione e cercai di tornarci. Ci sono riuscito nel 1985, sono stato assunto dalla Rai e ho abbandonato la radio. Adesso ho riabbracciato il mio primo amore, ma non in contrapposizione alla televisione. Durante la settimana conduco “Unomattina” su RaiUno, poi nel fine settimana conduco Radio2 Days su Radio 2. Le amo entrambe e mi sento un privilegiato perché posso lavorare sia in radio sia in televisione”.

22 marzo 1978: il commento in diretta di Radio Popolare del corteo funebre di Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, giovani del Centro Sociale Leoncavallo uccisi da 8 colpi di pistola ad opera di estremisti di destra, comprende anche la voce di Michele Cucuzza [

ascolta 

Radio Popolare, corteo, Milano 1981 – dettaglio oggetto digitale …

http://www.memoria.san.beniculturali.it home  galleria multimediale

radio popolare cucu

Striscione di Radio Popolare al corteo del 1° maggio 1981 a Milano. Si riconoscono a destra Rinaldo Gianola e un passo dietro Michele Cucuzza con una folta barba

(Ruggero Righini)

Le altre esperienze (non Rai) di Michele Cucuzza:

2013 Club Radio 89,300 Roma: Rosso di sera. 

2016 Telenorba Buon pomeriggio con Mary De Gennaro.

2017 Rete Sole (canale 87 sul digitale terrestre nel Lazio).

 

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