Radio Bologna

RADIO BOLOGNA

LA PRIMA RADIO LIBERA ITALIANA

Se per la tv indubbiamente la prima si può considerare TeleBiella (ma qualcuno prende in considerazione anche altre emittenti che, a parer suo, avrebbero preceduto l’esperimento di Sacchi), per la radio vi è ancora più confusione. Si contendono la palma di prima emittente Radio Bologna, Radio Parma, Radio Milano Intenational e Radio Milano Palmanova.  Se per emittente radiofonica si intende una stazione con programmazione quotidiana allora la paternità spetta indubbiamente a Radio Milano Intenational, che nacque il 10 marzo 1975, ma se prendiamo in considerazione le prime trasmissioni non regolari allora dobbiamo parlare di Radio Milano Palmanova,, Radio Parma (104 mhz) e, appunto, Radio Bologna, le cui trasmissioni iniziarono nel 1974, anche se poi terminarono, per riprendere a distanza di tempo.

LA STORIA DI RADIO BOLOGNA

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Evidentemente l’Emilia ha qualche legame particolare con la radio che forse le viene da Marconi. Ricordiamoci la prima radio libera in onda medie affidata a Ferrara ad opera di Franco Moretti nel lontano 1946 per trasmettere un processo a un ex gerarca e le prime trasmissioni in fm. del 1974, per concludere che la libertà di comunicare il proprio pensiero, come previsto dalla Costituzione, ha visto l’Emilia all’avanguardia di queste importanti iniziative. Oggi se si accende una radio in fm si possono ascoltare tantissime stazioni di tutti i tipi;  ma fino al 1973 non era così, la liberalizzazione della frequenza dagli 87,5 ai 108 mhz, che in origine era pertinenza esclusiva della Rai, la si deve ad un gruppo di coraggiosi a Bologna, seguiti da altri ardimentosi in varie parti d’Italia e fu così possibile una così importante conquista di democrazia che servì ad aprire la strada anche alla televisione. La prima radio libera della storia italiana nella comunicazione e dell’informazione, forse non sono in molti a saperlo, nacque a Bologna. Era il 1974, e per l’etere ancora sgombro, vi erano soltanto i programmi della Rai. Ma la sera del 23 novembre 1974, cercando di sintonizzarsi sulle trasmissioni locali, qualche migliaio di bolognesi restò sbalordito:  al posto della voce del solito speaker del radiogiornale regionale, o di Orietta Berti che cantava Io, tu e le rose, stavano captando quella tonante di Marco Pannella, impegnato in una delle sue roventi invettive di allora sulla necessità di democratizzare l’informazione. Senza cambiare frequenza, ma restando intorno ai 100 mhz, ascoltarono a bocca aperta un dibattito sul traffico cittadino del quartiere S.Ruffillo, e le lamentele in diretta di un taxista bolognese sulle corsie referenziali intasate dagli abusivi, un reportage sulle ripercussioni della congiuntura economica sulla vita delle famiglie e nelle fabbriche della città. Era la prima volta, dal 1923 o dalla nascita della radio in Italia, che dagli apparecchi uscivano voci e linguaggi alternativi a quelli dell’emittente di Stato.  “Radio Bologna per l’accesso al pubblico” trasmetteva da una roulotte parcheggiata sui colli bolognesi, irradiata da un raggio di 50 chilometri con un raggio di ascolto di circa 700.00 abitanti.  Radio Bologna irradiava i suoi programmi dal Monte San Luca sui 100,800 mhz.  Non male per una radio pirata, che poi pirata non era affatto. Soddisfacente la ricezione, alto l’interesse e l’indice di gradimento: insomma un successo. Ma soprattutto un esperimento destinato a spalancare spazi e prospettive storiche, visto ciò che sarebbe accaduto poi. A chi si doveva l’idea? A un gruppetto di giovani operatori, per l’occasione costituite nella Cooperativa Lavoratori Informazione, riuniti intorno a Roberto Faenza. Questi aveva già debuttato nella regia cinematografica con alcuni film corrosivi e graffianti, ma soprattutto era stato in America a studiare le nuove possibilità che offrivano il video-tape e la televisione via cavo (anche da noi appena sperimentata da Peppo Sacchi). Con lui c’era Rino Maenza, presidente della cooperativa, allora ancora studente, e fra gli altri Mario Bortolini, Pier Giorgio Righi, Pier Luigi Franzoni, l’avvocato Giorgio Pizzi ed Elda Ferri, funzionaria della Regione, il cui presidente di allora, Guido Fanti, ex sindaco di Bologna, era fra i più attivi nel promuovere un tema dominante per la prospettiva dei nuovi organismi come l’apertura della Rai ad una più ampia partecipazione pubblica. La data di nascita di Radio Bologna non fu infatti casuale: di li a pochi giorni, il 30 novembre, il governo Moro avrebbe dovuto pronunciarsi con un decreto sulla riforma dell’emittente di Stato. Ecco allora l’idea di Faenza, Maenza e compagni:  dimostrare che il decentramento dell’informazione, la possibilità per tutti di essere ammessi a parlare alla radio, era realizzabile e costava poco, molto poco. E il materiale da mandare in onda si procurava così: studenti e impiegati giravano per i quartieri o nei luoghi di lavoro con il registratore in mano, raccogliendo le opinioni della gente sui problemi di interesse generale. Dunque erano i protagonisti delle situazioni e dei problemi, senza mediazioni o filtri, a poter parlare per la prima volta;  e la formula aperta, la possibilità di fare informazione in prima persona, coinvolse gli ascoltatori che risposero con decine di telefonate alla radio. O meglio, al numero del contadino che abitava nel gruppo vicino alla roulotte. Con una manico di scopa come attacco e un trasmettitore militare da mezzo milioni, vigilando per sette giorni fino a quel fatidico 30 novembre legislativo, Radio Bologna continuò le sue trasmissioni. Lavorando quasi in clandestinità, con pochi mezzi, una provocazione culturale e un pionieristico esempio di controinformazione che avrebbe aperto varchi immensi.  Nella roulotte, sui colli bolognesi, Roberto Faenza ai microfoni di Radio Bologna. Ed Ettore Bernabei chiese: “chi diavolo sono questi?”  E la Rai si mise a spiare. Non era la voce del colonello Harold Stevens da Radio Londra.  Molto meno oxfordiana, con ruvide “s” che sibilavano nel microfono, ma a suo modo e nel suo piccolo parlava anch’essa di libertà, “qui Radio Bologna per un’informazione democratica” ecco l’annuncio.  Un palinsesto  inventato li per li, ma deciso già in linea di massima prima di partire, con una declinazione tutta pubblica e di interesse generale: “avevamo paura che in vacanza della legge ci impedissero di andare avanti – ricorda il regista Roberto Faenza – la scelta cadde sulla radio perché eravamo convinti che fosse il mezzo di comunicazione più potente, quello che raggiunge più persone e si ascolta in ogni momento, senza impegno”.  Ne è convinto anche Rino Maenza: “per fare comunicazione e cultura la radio è il mezzo più versatile e incisivo, con un’elasticità che gli altri non hanno. E’ quella che meglio ti consente di penetrare nella società. Risulta anche oggi, con l’audience in crescita costante.  Bei tempi, allora. Bastava un’antennina, e con mezzo watt coprivo quasi tutta la provincia di Bologna”.   Così da quella roulotte bianca, nella vecchia fattoria sul colle dell’Osservanza, si andò in onda “senza chiedere il permesso” (era il titolo di un manuale di Faenza che in quel 1974 fece clamore).  Un radioamatore di Treviso aveva messo a disposizione il trasmettitore militare che il tecnico mago Salerno taroccò ritoccando le frequenze. Non solo comizi e quartieri, ma anche buona musica, jazz raffinato e John Cage.  Ospiti prestigiosi come Livio Zanetti, allora direttore de L’Espresso, il sindaco di Bologna Zangheri, dispobibili a mandare in onda i loro interventi. Insomma l’accoglienza fu buona e non solo a Bologna. Stipati in decine in roulotte, magari facendo confusione con i nastri e rovesciandosi addosso il caffè bollente durante la diretta.  Mentre all’esterno, dentro una jeep anonima con un antenna di cinque metri sul tetto, due sconosciuti registravano tutto. Il grande Orecchio della Rai?  Faenza spiega che le loro trasmissioni furono riversate sui canali di servizio dell’ente.  Ed Ettore Bernabei, il direttore di allora, organizzò a Roma un gruppo di ascolto e un meeting sul fenomeno bolognese.  Pare che ripetesse: “ma chi sono questi?”.

Radio Bologna si può considerare la “madre delle radio libere”, nasce ufficialmente il 23 novembre 1974, alle 11 del mattino per la prima volta a Bologna 700.000 ascoltatori, per la maggior parte bolognesi possono udire la voce dei dieci “pionieri”, di coloro che per primi parlarono ai microfoni dell’antenata della trasmissioni di “radio libere” odierne.  Furono i due registi Roberto Faenza e Rino Maenza che con mezzi più “spartani” di quelli di oggi guidarono il loro team alla preparazione della prima trasmissione radiofonica italiana, diversa da quelle della Rai, già presente fin dagli anni ’30. Il nome della radio era Radio Bologna, e nonostante avesse una struttura ben diversa da quella della celeberrima Rai, moltissimi ascoltatori apprezzarono questo primo tentativo di “fare radio” in maniera del tutto indipendente. Gli interventi dei cittadini, problemi di traffico, crisi economico-finanziarie, erano gli argomenti quotidiani principali, seguiti poi da brani musicali di jazz e classica. A volte erano gli stessi cittadini inviati dalla redazione radiofonica a condurre delle puntate di queste trasmissioni. “Qui a Bologna abbiamo inventato le radio libere: quell’utopia non è morta”. Il registra Roberto Faenza in occasione del trentennale dell’emittente, nelle sale con Alla luce del sole, il film dedicato a Don Pino Puglisi, il prete ucciso dalla mafia, parla di Bologna e cinema, politica e informazione. Di quella settimana di ventisette anni fa, quando sotto le Due Torri, aprì la prima radio libera d’Italia.

Intervista a Roberto Faenza realizzata a Bologna nel gennaio 2005: “l’utopia di Radio Bologna per l’accesso pubblico non è fallita. Allora eravamo un gruppetto, oggi sono le masse a volere un’informazione libera. Sono trascorse poche settimane dal trentesimo compleanno della prima radio libera italiana, che vide la luce proprio all’ombra delle Due Torri il 23 novembre 1974. Dietro quell’obiettivo ambizioso, una roulotte piazzata nel giardino di un contadino, un manico di scopa come supporto per l’antenna, e un gruppo di amici decisi a lanciare la sfida alla Rai puritana, filo-democristiana di Ettore Bernabei.  A guidarli c’era il regista Roberto Faenza.  Rino Maenza era allora esponente della gioventù socialista con simpatie per la corrente autonomista, Roberto Faenza un comunista. Nonostante tali divisioni ideologiche i due registi erano sulle stesse posizioni nella campagna referendaria che vedeva uniti comunisti, socialisti e radicali. A Radio Bologna ci si batteva per un libero accesso alla rete di informazione. Si anticipò quello che sarebbe accaduto poco dopo, quando partì la riforma della Rai e la liberalizzazione dei canali privati. Da vecchio “ribelle dell’etere” Faenza come giudica il sistema radiotelevisivo di oggi?

“Oggi c’è una presa di coscienza diffusa sull’importanza dell’informazione. Davanti a questo atteggiamento, però, gli spazi si sono purtroppo ristretti, malgrado l’avvento delle nuove tecnologie. Paradossalmente, cioè, questi nuovi supporti per la comunicazione scoprono si nuovi orizzonti, ma i gruppi di potere intervengono a stringere lo spettro d’accesso per il pubblico”.

Quindi l’utopia dell’informazione libera può dirsi per lei? Nessun rimpianto per questo? In fondo la realtà di oggi è anche figlia di quelle battaglie…

“Dieci o venti anni non sono niente. Non è vero che l’utopia rincorsa da Radio Bologna sia fallita:  si è innestato un processo, ma non è detto che i gruppi politici abbiano la meglio per sempre. I giochi sono ancora aperti, perché quante più persone sono attente al problema dell’informazione tanto più possibile è che le cose cambino.  Anzi.  Le idee degli anni ’70 mettono più radici di oggi nelle masse, rispetto ad allora…  Allora eravamo un piccolo gruppo di intellettuali, oggi sono le masse ad appassionarsi ai giochi”.

Come era la Bologna degli anni ’70, delle radio libere e della contestazione?

“La città in cui sono venuto a lavorare era una miccia accesa che vedeva nel ruolo dell’informazione un elemento importante di discussione. La radio sperimentale trasmise per poco più di una settimana. Come mai il progetto si concluse così in fretta?

“Il nostro obiettivo era solo quello di dimostrare la possibilità di trasmettere quando la Rai diceva che non c’erano frequenze libere. Radio Bologna ha avuto poi il pregio di dare il via alle miriadi di radio libere sorte dopo, e alla discussione sul libero accesso alle frequenze.

Qualche anno fa proprio sotto le Due Torri è nata anche la prima tv di quartiere, Tele Orfeo… “Si, lo so, ma per me non è una novità. Anche noi negli anni ’70, dopo aver sperimentato con la radio facemmo qualche prova di tv di strada.”

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